Storia della statua del Nilo

Storia della statua del Nilo

La testa della Sfinge recuperata

La testa della Sfinge recuperata

La statua del Nilo, copia romana da un originale greco, magnifica scultura del II secolo dopo Cristo, fu commissionata dalla folta colonia di egiziani che popolavano la Napoli greco-romana – in particolare mercanti provenienti da Alessandria – per celebrare la divinità fluviale della loro terra d’origine. Si tratta di un’opera misteriosa e affascinante, conosciuta e amata da tutti i napoletani e ammirata dai turisti che visitano la città.
Durante il periodo greco, la colonia degli alessandrini si insediò ai margini del nucleo centrale della città, in un’area che si presentava molto simile nella struttura a quella del delta del Nilo. Infatti, allora lungo l’attuale via Nilo scorreva un torrentello che raccoglieva tutte le acque della collina sovrastante e che si divideva in più rivoli, proprio a formare un piccolo delta, per poi buttarsi a mare dov’è oggi la sede dell’Università al Corso Umberto I.  In quest’area la colonia egiziana posero la statua del Nilo e poco distante costruirono un tempio alla dea Iside, nel quale svolgevano i loro culti religiosi. Del tempio sono rimaste solo le fondamenta a diversi metri sotto il livello del suolo, mentre la statua è ancora lì a testimonianza della presenza degli alessandrini, ma anche dell’amore dei napoletani per quest’opera.
Il monumento, di cui si erano perse le tracce in età tardo antica, fu ritrovato privo della testa in epoca medioevale durante alcuni lavori di scavo, erroneamente identificato con una figura femminile pronta ad allattare i due putti, e quindi ribattezzata “Corpo di Napoli”, nome opulento e simbolico, evocativo di una città generosa che nutre i suoi figli e che ancora oggi dà il nome al largo.
I bimbi aggrappati al petto della figura rappresentano in realtà le diramazioni del Nilo che da lui traggono acqua; la divinità fluviale è distesa su un basamento con i piedi su un coccodrillo, mentre il braccio destro sorregge una cornucopia e quello sinistro si appoggia ad una Sfinge.
La lapide posta sul basamento ricorda un primo restauro del 1657-58 e un successivo intervento di consolidamento del 1734 caldeggiato, tra gli altri, da Ferdinando Sanfelice. L’intervento seicentesco fu commissionato al poco noto scultore Bartolomeo Mori, attivo nella chiesa napoletana dei Santi Apostoli, caratterizzato da uno stile simile a Giuliano Finelli. Il Mori realizzò ex novo la testa e il braccio destro della figura ispirandosi probabilmente alla celebre scultura del Nilo di epoca adrianea dei Musei Vaticani. Tale restauro è ampiamente documentato, mentre più difficile è l’esatta identificazione degli interventi successivi che certamente si sono susseguiti numerosi fino al 1993, anno in cui la scultura è stata sottoposta a un intervento d i restauro completo.
Sicuramente un rifacimento di buona parte della scultura e, quindi, della sfinge ritrovata si deve ad Angelo Viva (1806 circa), scultore napoletano allievo di Giuseppe Sanmartino, assai prolifico tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento. Da documenti noti  e “risistemati e riletti” da Elio Catello (E. Catello, Il Corpo di Napoli in “Napoli Nobilissima”, Napoli 1992, pagg. 31-32) si deduce che buona parte di quanto non è antico nell’opera, se non tutto (a parte il basamento che è ancora quello del 1657 -58), va ricondotto al lavoro del Viva.
Comunque, ricostruire la cronologia delle varie parti che costituiscono il monumento è quanto mai arduo per il grado di consunzione complessivo dovuto al dilavamento provocato dagli agenti atmosferici e, recentemente, all’inquinamento ambientale. Le parti più antiche sono la figura del Nilo, ad eccezione appunto della testa e del braccio destro, il corpo della sfinge ad esclusione delle zampe, quello del coccodrillo ad esclusione della coda ed i resti del bambino che gli è più vicino.
Trafugate in epoca imprecisata la testa del coccodrillo e quella della Sfinge – documentata in alcune immagini dell’inizio del secolo scorso -, la divinità fluviale aveva perso due elementi iconografici essenziali, fortemente connotanti la committenza da parte della comunità alessandrina che l’aveva voluta. Il ritrovamento di oggi, estremamente importante sotto il profilo artistico, assume anche un valore altamente simbolico: è un pezzo della nostra storia, delle nostre radici, di un passato remoto che, come spesso avviene a Napoli, si stratifica, si sedimenta e si conserva intrecciandosi con la cultura e le esperienze locali.

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