Volgare e cafone chi dice Bona?

Volgare e cafone chi dice Bona?

L’aggettivo “bona”, riferito alle fattezze particolarmente attraenti di una donna, è proprio della lingua napoletana. Lingua che qualche cocciuto denigratore ancora si ostina a definire dialetto. Nel senso più dispregiativo del termine. Ma tornando al termine “bona”, possiamo dire che oggi, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa, dalla televisione a internet, l’aggettivo ha varcato i confini partenopei, divenendo d’uso comune in tutto il Paese. Anche se viene sempre considerato un termine dialettale e parecchio volgare. Ma se andiamo un po’ più a fondo nella ricerca, ci imbattiamo in una dotta dissertazione ottocentesca dello storico e archivista partenopeo Bartolommeo Capasso(Napoli, 1815-1900) dal titolo “L’aggettivo femminile bona attribuito a donna presso i romani nel senso del dialetto napoletano”.
Ebbene, Capasso, citando scritti di Orazio, Tibullo, Petronio e Catullo, conduce un’analisi approfondita nella quale non solo fa comprendere come il termine, esaminato nel tempo in cui fu coniato, era scevro dai finti perbenismi di oggi e definiva solo una qualità fisica, ma ribadisce anche come siano forti, nel napoletano più che nell’italiano, la matrice greca e quella latina, tanto da affermare che: «…Molti costumi e non pochi vocaboli degli antichi romani possono, meglio che altrove, comprendersi da noi meridionali, che conserviamo tuttora, e più di quel che comunemente si crede, tanta parte della vita dei nostri maggiori (NdR: antenati)».
Chi ha voglia di divertirsi un po’ e di fare un tuffo nel passato, al tempo degli antichi romani, ma anche nel modo di sentire e studiare della seconda metà dell’Ottocento,  potrà leggere il testo del Capasso, che riportiamo di seguito. È in un italiano che non conosciamo più: alcuni termini utilizzati dallo studioso sono scomparsi dalla nostra lingua. Altri ne fanno ancora parte, ma potremmo definirli desueti. Comunque, “bona” lettura a tutti.

L’aggettivo femminile bona attribuito a donna
presso i romani nel senso del dialetto napoletano

di Bartolommeo Capasso

Nell’ode I del libro IV dei suoi Carmi Orazio apostrofando Venere si lagna, perché, dopo un abbastanza lungo intervallo, di nuovo gli moveva guerra, e la prega istantemente a risparrniarlo.
Non sono più giovane, dice egli, non sono quale era, quando l’amore di Cinara, mi dominava; non sum qualis eram bonae sub regno Cinarae. L’allegro poeta aveva ormai tocco o varcato il cinquantesimo anno.
Ma che significato dava egli alla voce bonae, con cui designa la sua antica amante? I chiosatori, gl’interpreti e gli espositori non sono pienamente d’accordo tra loro sul proposito. Alcuni – e sono i più – prendono bona nel pretto senso di buona, compiacente ed anche – il che è certamente assai strano – nel significato di proba o di buoni costumi .
Cinara, essi dicono, che con tutti era stata avara e rapace, aveva concesso i suoi favori ad Orazio, senza richiederne alcun prezzo o regalo, e quindi il poeta grato alla sua memoria la chiama bona. Ed in sostegno della loro opinione costoro allegano il verso dell’Epist. L. I. ap. 14, con cui egli si vantaimmunem Cinarae placuisse rapaci, e l’altro luogo di Tibullo (Eleg. L. II. 4), ove questi, dopo aver detto che la donna venale non sarebbe stata pianta da alcuno dopo la morte, soggiunge in contrario: At bona, quae nec avara fuit … flebitur.
A me però pare che né l’uno né l’altro riscontro fanno propriamente al caso. Imperocchè nel luogo dell’epistola sopra citato, il poeta mette al paragone sé giovane mondano, come ora si direbbe, edEpicuri de grege porcum, con sé stesso ormai vecchio e campagnuolo. Allora egli vestiva con ricercatezza, portava i capelli lisci e profumati, e tale qual’era, tozzo e corporuto, sia per capriccio, sia per ambizione di fama, era piaciuto anche alla ingorda Cinara, che con lui non si mostrò venale. E di questa generosità, come appare dal contesto, egli non ne fa merito a lei, ma a se stesso.
Né, se pur non m’inganno, il passaggio di Tibullo è più convincente. Se il vocabolo bona volesse intendersi per non avara, l’inciso nec avara che siegue, sarebbe un inutile pleonasmo. Ivi, a parer mio, la voce bona deve mettersi in relazione col verso 35, che precede nella stessa elegia, ove il poeta chiamabonum il dono della bellezza (formae) dato alle donne d’indole avara.
D’altra parte si noti che Orazio per l’ordinario predica sempre qualche qualità fisica delle sue non poche amiche, e raramente, o quasi mai, parla delle morali. Così Cloe è bionda (flava III, 9), Cleri risplende con le spalle eburnee (albo humero nitens, II, 5), il lucido candore di Glicera sfida il marmo di Paro, ed il volto, a mirarlo, è assai pericoloso, affascina (Glycerae nitor splendentis Paro marmore purius, et vultus nimium lubricus adspici, I, 19), e Lalage, dolce parla e dolce ride (dulce ridentem, dulce loquentem, II, 23 ), e così di altre, le quali, poiché la lista è lunga, tralascio.
Altri espositori opinano che Orazio avesse chiamato bona la sua amica, perché morta e secondo dice il Gargallo, i morti sogliono per lo più dirsi buoni, perché morti, quasichè avesse voluto dire di buona memoria.
Ma questa spiegazione non mi pare che possa trovare esempii nei classici col solo aggettivo in tal senso adoperato.
Altri pochi finalmente interpretano la voce bona per bella, formosa, piacente, ed, a quanto parmi con più ragione, perché spesso dai classici essa in tal senso è adoperata. Così in Ovidio troviamo facies bona, forma bona, bona crura (De arte aman. 398, 482; Amorum, III, 11, 42, e Il, 27 etc.); così pure in Terenzio, troviamo virginem forma bona (Andria II, 5, 17).
Nei quali passaggi è chiaro che la detta voce in senso di bella è adoperata. E ben a ragione, perché, senza parlare dei Greci, che, come è noto usavano χάλδς; tanto in senso di bello, quanto in quello di buono, anche presso i Latini, se dobbiamo credere ad lsidoro, bonus fu prima nome adoperato ad indicare la venustà del corpo, e poscia traslato ed applicato all’animo (Orig. X, c. 237).
Ma anche un esempio più chiaro, e che fa meglio al caso nostro ci offre Catullo, il quale parlando degli incestuosi amori di Gellio, dice non esser da maravigliare se questi era assai magro, cui tam bona mater tamque valens vivat, (Ep. 90). Certamente qui non si potrà pensare mai alla bontà dell’animo di quella donna, che viveva in illecito commercio col figlio. È chiaro dunque che Orazio e Catullo con l’epitetobona vollero indicare la bellezza fisica di quelle donne, non una qualità, o un indole morale. Ma ciò non basta. Io credo che il napoletano, che, parlando di donna, talvolta adopera il vocabolo bona in un senso suo proprio e speciale, cioè nel significato di donna, che sia ben fatta della persona, e che abbia forme procaci e provocanti, possa darci la chiave a meglio comprendere tutto il pensiero dei due poeti. Imperocchè dal contesto dei passaggi sopracitati si rileva che ivi l’epiteto bona si mette in relazione con l’effetto che produceva, ed esso poi viemaggiormente si dichiara dal poeta veronese con l’aggiunto di valens dato alla madre di Gellio, nello stesso senso in cui Flauto dice fortis (Casina, IV, I, 26) di donna che aveva forme giunoniche. E di fatti nella (Bacchides II, 2, 38) Crisalo avendo dimandato a Pistoclero se la cortigiana Bacchide, l’innamorata dell’amico di lui Mnesiloco, gli era sembrata un bel pezzo di donna (fortis), costui risponde: Che che? (rogas?) se non l’avessi trovata una Venere, io la chiamerei Giunone.
Né questa applicazione del napoletano all’interpretazione della lingua latina, deve recar meraviglia, o credersi una fantasticheria o un arzigogolo qualunque. Molti costumi e non pochi vocaboli degli antichi romani possono, meglio che altrove, comprendersi da noi meridionali, che conserviamo tuttora, e più di quel che comunemente si crede, tanta parte della vita dei nostri maggiori.
A me, in pruova di ciò, basta citare soltanto, tra molti esempi, la pensilis uva e la duplex ficus, non che il reticulum panis di Orazio (Serm. II, 2, 122, Epist. I, 11, 47) e, per tacere di altri parecchi, il vocabolobonatus (abbonato, nell’ital. semplicione), ed i modi di dire salvum sit quod tango (buono me tocco),longe a nobis (arrasso sia) di Petronio Arbitro (Satyr. c. 63, 74) che sono di costumanze, voci e frasi ancora vive nelle nostre regioni e nel napoletano.

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